Feeds:
Posts
Comments

copertina

In questa seconda prova poetica di Franca Mancinelli è riconoscibile la voce dell’autrice di Mala Kruna (Manni, 2009), che per molti aspetti giunge ora più matura e raffinata.

In Pasta madre tutto accade tra sonno e veglia, in modo confuso, mescolato: emergono alcuni tratti di realtà, ma sembrano appartenere a un lungo sogno, che svanisce con la luce tenue del mattino. Le immagini hanno spesso un carattere notturno, la palpebra chiusa, il corpo nel letto, tra le lenzuola… poi c’è il risveglio. Non è un caso, dunque, che Pasta madre si apra e si chiuda con una scena notturna: “cucchiaio nel sonno, il corpo/ raccoglie la notte” e “dormivo su una pagina ogni notte”.

Tra luce e buio, tra vita e morte, c’è uno spazio-tempo – un profondo sonno– in cui ogni essere (umano, animale, vegetale) si rigenera, per “tornare calda radice”, per essere fermento della vita che si incatena tra i versi: radice, semi, frutti, rami, foglie, parole… Si manifesta così un’idea di ciclicità, nei verbi ricorrenti quali tornare, germogliare, bruciare, attraversare. E nella ciclicità si sprigiona la forza della natura-madre, una possibile salvezza: “torneranno a tracciare le strade”; “torniamo contro questa/ luce che non si apre”; “torno a quello che sono”; “torno a immergermi nel corpo”. Perché qui tutto passa attraverso il corpo, anche se sprofondato nel torpore del sonno, anche se in viaggio verso i frammenti del ricordo: mani e occhi sono sempre tesi a trattenere, a contenere.

Franca Mancinelli procede col suo dettato essenziale e spoglio, limpido e onesto, che allaccia elementi del quotidiano a rivelazioni cariche di mistero e sacralità, ma anche di naturale bellezza. Frequenti sono gli elementi che richiamano la purezza, primo fra tutti l’acqua che purifica, lava, battezza: “Gesto dopo gesto entriamo bambini con un segno d’acqua in chiesa”. Il sapere accostare elementi distanti tra loro, crea come un “cortocircuito, un piccolo scoppio”. Anche se, in Pasta madre, ogni cosa richiede il suo tempo, per accogliere la misura e il peso dei gesti, del verbo, nella necessaria pazienza, nell’attesa che serve alla lievitazione. Come la pasta, per farsi pane.

Le pagine completamente bianche, che scandiscono le sezioni del libro, domandano riposo, respiro, tempo per rielaborare, digerire il cibo solido, enigmatico della poesia.

Pasta madre è infatti un’opera complessa, impastata con grande cura, lasciata fermentare tra la luce, il calore, l’umido, il nuovo giorno che si schiude dopo ogni lungo sonno… come la parola poetica pretende.

Tra queste pagine, mentre il bianco domanda riflessione, pausa, silenzio, il ciclo della vita non si ferma, proprio per l’azione di quel lievito naturale, che si tramanda di mano in mano, di casa in casa, di tempo in tempo. In esso è racchiuso il senso di continuità dell’esistenza, ribadito come un dovere negli ultimi versi della raccolta, quando “proseguire/ è questo a capo del principio”.

Rossella Renzi

cucchiaio nel sonno, il corpo

raccoglie la notte. Si alzano sciami

sepolti nel petto, stendono

ali. Quanti animali migrano in noi

passandoci il cuore, sostando

nella piega dell’anca, tra i rami

delle costole, quanti

vorrebbero non essere noi,

non restare impigliati tra i nostri

contorni umani.

*

padre e madre caduti

frutti che non potevano

marcirmi attaccati

mentre nudo imparavo

a reggere il cielo

come un uccello sul dorso, lasciando

campi e case affondare.

L’azzurro torna

a coprire la terra. Trattengo

nel becco il ricordo,

il seme che sono stati.

*

nemmeno una linea nominabile

leggo acqua nell’acqua

con il testo del cielo a fronte

qualcosa in noi respira

soltanto nel trasloco:

gioia per ogni terra cancellata.

*

darò semplici baci di sutura

verserò saliva a ogni giuntura

sarò sbucciata e dolce ai denti.

Ogni mattino ti coglierò un pugno

di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi

e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

anche queste mani che apro

colmandole d’ombra a lavarmi

gli occhi nel mattino

sanno dove sorgeva

un viso, una profonda

e chiara insenatura.

*

dormivo su una pagina ogni notte

bianca. Il mattino

un’ombra del mio peso, alcune pieghe

e subito voltava: proseguire

è questo a capo del principio,

bocca che passa calore

all’aria come potesse svegliarsi

essere ancora salvata.

Fabbriche[a]

Entra immediatamente in dialogo col mondo, con l’altro, la poesia di Roberta Sireno, con una naturalezza che percorre tutto il libro, quando nel primo verso testimonia la vita: “ti respiro”. Senza timore, sguscia dal buco nero e urla la sua presenza, la sua esistenza fragile e potente, che di volta in volta assume la voce di bambina, adolescente, donna adulta…. La sua è una scrittura tanto densa e scavata che, dopo aver letto e riletto il libro, si avverte l’esigenza di chiarire con esso l’impatto emotivo, cercando un ordine, una direzione luminosa per orientarsi. E la si trova.

Tra le pagine, infatti, si percepisce il tracciato dei Maestri del Novecento, che Roberta evoca a più riprese con gli echi di Montale, Zanzotto, Luzi… Non solo: nei testi che si susseguono come materia duttile, in continua ricerca e lavorazione, si percepisce il rimando a più maturi compagni di strada, nostri contemporanei (che sempre con Raffaelli hanno pubblicato opere importanti), come Francesca Serragnoli, citata con i suoi versi tratti da Il rubino del martedì, in chiusura del libro; o Stefano Massari, per certi temi ricorrenti, soprattutto nel suo diario del pane: l’urlo, la guerra col quotidiano, il senso di resistenza.

Ma qui il cammino si apre con Dante (“Però, se campi d’esti luoghi bui”): con Lui si scende nella dimensione infernale, nel silenzio duro, nella carneficina. Si entra in un luogo carico di sensazioni moleste, fatte di caldo, freddo, fuoco, pioggia, tenebra, dove il rumore assillante e stridulo crea un paesaggio sonoro doloroso; ed è in questa dimensione, scrive la poetessa, che “mi si accendono tutti gli inferni”.

Nella fabbrica dei versi si lavora con il vetro, un materiale poetico per eccellenza. Esso si plasma a temperature elevate (c’è infatti tanto fuoco in questo ambiente, tra incendi, arsura, fumo…) e la sua valenza è multipla, nel bene e nel male: è fragile, riverbera la luce, impreziosisce i luoghi, lascia intravedere oltre; allo stesso tempo il vetro sfregia, taglia, si frantuma. Il rumore del suo frangersi atterrisce, e da qui il respiro si fa pianto, la voce si incrina e comincia a gridare, sino a diventare “voce dei morti o dei sordi”.

Il vetro è un materiale delicato e crudele, come la scrittura di questa giovane autrice (classe 1987): sa liberare una grande energia, tra visoni e suoni che si mescolano in una pagina tesa a comunicare -a volte in modo impulsivo, ma sempre fresco e grintoso- il dato esperienziale, l’esserci oltre ogni riflesso: “in una volontà di esistere/ esisto”.

Quella della Sireno non è solo parola che libera: essa è anche parola che accoglie, si pone in ascolto cercando un senso, una corrispondenza tra la rete intricatissima della poesia e l’esistenza. La sua determinazione di fondo cerca nel volo un equilibrio, un centro, una risposta all’”urlo crudo delle statue”, “all’infinito che divora”. E benché tale parola arrivi “con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”, essa affronta coraggiosa la tempesta, il fiume impetuoso della vita, afferrandone i barlumi, le ombre, il freddo e la calura insopportabili. E soprattutto, con una onestà che spiazza, dichiara la sua reazione: “anch’io ho una bufera che sbatte”, e la sua rabbia furiosa che osa “spaccare a tutte/ le ore” e anche se trattenuto, a volte, quel “desiderio/ di rompere il patto/ la regola che mi sorprende/ inadatta alla terra”. Tutto questo ha un sapore di compiutezza, accanto a quel senso civile che, sempre e comunque, deve avere la poesia.

Fabbriche di vetro è l’opera prima di Roberta Sireno: il principio solido di un cammino che, sono certa, sarà lungo, artcolato e sempre più luminoso.

Rossella Renzi

piangevi come una bambina

in mezzo alla pioggia

io non avevo forbici e chiodi

per tamponare

l’urlo del buio

ti avrei lavato i vetri

sotto i portici di una Bologna ubriaca

ti avrei lavato l’alba

senza dirti niente

ma le mie braccia erano fabbriche

e il verbo un infinito secco

nel buco del giorno dopo

*

perché è tutto vero non

esiste ciò che si perde e manca

ciò che ascolti e lasci

in corsa nel buio

ritorni svelta tra i tuoi ombrelli

li tieni

io so che tu ci sei

ma non è tempo per starti

a guardare

ritorna

ritorna la cosa che tiene sospesi

gli uccelli

così limpidi nel freddo volo

come stasera fuori dalle piazze

nuvole e muri

e tu che sei la gente che passa

il bus di vetro fuori

scavato dal peso – ero io

il veleno che intossica le cose

ero io nella voce

imperfetta delle rive

che muovono i tronchi di mare

E’ prima di tutto un’ode alla vita, questa luminosa raccolta di poesie di Anna Maria Tamburini, che ha il pregio di evidenziare un aspetto diverso e ricercato della versificazione femminile: essa  possiede il dono, a volte raro, della leggerezza e della trasparenza. La sua scrittura si muove infatti al di là del corpo, della fisicità e del dolore, elementi sì presenti, ma non cristallizzati in un organismo poetico che rifiorisce ad ogni pagina.

 In Colibrì, la materia e la carne si mescolano all’acqua, alla luce, al suono, generando una parola che tende all’immateriale, che si scioglie nel luccichio delle ali della libellula, nel colore vibrante sprigionato dal volo di quel piccolo uccellino variopinto. E’ di certo una poesia in movimento, o meglio in commovimento – come si dichiara in esergo (“è commovimento/ in volo/ di elementi”) – capace di imitare le onde del mare, in quella “frazione di attimo/ prima che il vento/ risospinga l’onda/ l’infranga a ripetere/ ripete l’ombra”, giocando con la modulazione del verso, il ritmo, le pause… Ancora, nella sua versatilità, la scrittura si inabissa e riemerge dal fondo marino, riproducendo -anche attraverso la disposizione grafica dei versi- il movimento dei delfini nell’acqua, quando balzano e capriolano, nel loro duplice salto (“balzano/ delfini/ a coppia giocano// a fior dell’acqua…”). E anche la variazione sul tema (cavalluccio di mare, o ippocampo), come in una partitura musicale, si ripropone con caratteri e toni differenti.

La parola resta sospesa tra il cielo e la terra, proprio come una creatura alata, nella ricerca continua 

di un punto d’incontro tra la concretezza, la liquidità e l’evanescenza: qui si ode il richiamo lontano di amore, con “l’Angelo che sogna/ che ama”. Qui stanno le creature alate, che paiono magiche nella loro semplicità e levità: l’ape, la libellula, il meraviglioso colibrì che col suo vorticare di energia porta con sè il dono della vita. Così l’inno alla vita (“e un piccolo cero la vita che arde”) è fatto “di anime assai/ più che di corpi”, è intento ad evocare le creature con la loro dimensione sacra, e lo Spirito che “non sai/ donde venga dove vada”; intento ad evocare il nome (Pierre, Pavel, Gustín…) mai rinunciando alla presenza discreta ma necessaria dell’Altro.

Di fronte alla meraviglia dell’esistere, è forse questo il senso complessivo dell’opera, la poesia si schiude come un fiore. Come accade nel testo chiave di Agostino Venanzio Reali – di cui la Tamburini, con i suoi studi ha contributo a diffondere l’opera- che chiude il libro: “Ho l’anima come un giunco/ e dentro la vita del lichene/ mi è un baleno/ il fiore di ruta un tuono”.

ho invidiato lo smeraldo alle libellule

prezioso nel colore troppo acceso

che la luce disserta

splendore dissepolto

dagli strati della terra

lungo cicli di ere

minerali

il volo radente iridava

a fior dell’acqua

la vita –torrente-

afferrare – è lieve

la vita – in mano

niente resta

*

al vento canna

che fa voce \

si fa voce

un istinto di dominio \

una menzogna – s’insinua -\

tra le voci

che turba \

l’Angelo che sogna

che ama, \

la gloria del Dio vivente, \

poco meno degli angeli

per dare \ nome alle stelle

e bene dire \ ogni amore.

È carne all’incrocio d’acque

*

pioveva

alla mortella

sulle palme tese delle piante

un thè

nella pagoda tra cielo e terra

beveva alla blu sete del mare

a lato

in serra le orchidee

iridavano lo spreco di luce

ferme

le minuscole piume azzurroverdi

a tratti vorticavano energia

ronzio

di voci e suoni

nell’empito di raggi

*

ecphrasis

e tu rubami

l’attimo –se riesci-

il colibrì

fuoriuscito da strati

del vissuto,

il cuore che palpita

all’attesa,

all’incrocio degli incontri,

all’erta

 

Si avverte sin da subito qui, e in maniera assai sofferta, l’urgenza della scrittura: Ogni cosa ha radice nel vento, a cominciare dalla parola, dalla sua gravità che si insinua tra la levità del soffio e la durezza della pietra. La parola, in questo libro, cerca una forma, un ordine per quei giorni di pioggia, di neve, di sole fermo, che sfociano in un tempo diverso, per raccontare ciò che di più vero e amaro può riservare la vita; per fissarlo su pietra, per scalfire, sapendo che tutto è fin troppo fragile e precario.

Tutto accade sottovoce: in modo composto e armonioso vibrano presenze misteriose, tra le foglie, negli alberi, nel volo degli uccelli, mentre “servirebbe non pensare allo scricchiolio / delle cose, al cedimento di ossa e profili. / Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto) / senza aver avuto un nome.” In questo solo ordine riconosciuto, si cerca l’alfabeto rigoroso per dire, uno sguardo per definire cosa è stato, posato su certi elementi – come il sangue e i fiori – che attraversano ogni pagina del libro, dialogando di testo in testo, lasciando quell’odore e quel colore di petali e ferite. Sono i simboli della poesia di Liliana, portano con sé la fragilità e la bellezza, il dolore e la sua necessità, per comporre un codice nuovo: “L’alfabeto dei fiori/ fino al sangue della terra, / il cerchio e il seme, / la resa disarmata / della voce e delle parole”. Tra il buio che minaccia e i lampi che rischiarano, il poeta nomina le cose, facendole brillare riesce a trattenerle, perché “La mano scrive nel buio / ciò che sta sospeso e trema”. E ancora, perché “poeta è il pazzo / che trasforma il reale / in un’oscura sequela di parole”. Ed ecco che le cose, le presenze, gli sguardi prendono forma, si ribellano alla loro immobilità, prendono vita sulla pagina: hanno il sangue dentro di loro, pulsano e fioriscono, persino nell’ombra, dove piano piano, si impara a morire.
In questo libro il verso è un concentrato di pensiero, suono e immagine, mescolati con vera sapienza dalla poetessa, così da creare un’atmosfera densa di stimoli che trattengono il lettore, dal principio alla fine, senza concedere tregua. E molto si condensa nel commovente poemetto in prosa poetica, intitolato Due, dove le stesse presenze – gli occhi, gli alberi, il dolore, la notte, la neve, il silenzio, il bianco, la solitudine… – sono tese a raccontare “il niente disperato della vita quando tace”, che si scontra inesorabilmente con la parola, aspra e lacerante. Essa indaga, cerca, si inabissa; e poi riemerge per riconoscere i gesti, le mani, le voci, per consentire un “ordine al grido degli orizzonti”.
E quando ciò accade, ecco l’urto, lo stupore.

Rossella Renzi

Siamo acqua che ride e morso del serpente,
una casa, delle cose che abbiamo toccato.
Apri la porta a una pioggia
che lavi le colpe, il volto dubitante
dell’Angelo, periferie attraversate
da cani e lamentosi lampioni, tutto
il sangue bevuto di fiori, tutte
le parole e le poesie
che non bastano e non dicono
sono qui, adesso, nel raggio
dove entriamo un momento solo
bagnandoci d’azzurro
scavando stagioni
che abbiamo mancato

Ogni cosa ha radice nel vento

Le mie parole sono farfalle insanguinate.
Hanno la reticenza del dubbio
il bianco della neve
sono passi a ritroso verso il silenzio
pagine di un libro sfogliato dal vento.
Le mie parole sono mani sui muri
culla di fragili lune d’inverno.

*

Veloci transiti e fughe:
qualcosa che non dura sovverte la sera
il cammino delle ombre franate sul ciglio
dove un alfabeto chiede
la pazienza di un travaso
sillabe emerse dal buio esploso,
la corda sfibrata, tessuta
con il tremore delle foglie
e l’urto dell’acqua
fino al gesto risoluto del fiore
che s’apre alla notte, breve
luce, graffio
sul muro del niente.
I polpastrelli abrasi confondono
i volti. Siamo materia di disordine, distanza.
Tu dimmi lo scarto, la follia che piaga le dita,
le piega all’ordine imperioso, dimmi
se vale l’inverno in cui ti inoltri.
Periferie e vetri e travi
l’etica della rosa
lo strappo solo del nostro perdersi
comunque.

*

Era un’ossessione di rami
la bocca del buio, era il graffio
della luna quando siamo partiti
e ci chiamava bianca una strada.
Un andare con sguardi di terra,
l’ala piegata del vento
all’orlo di gronde
da cui spiccare il salto,
ma non c’è volo che possa dire
un brandello di azzurro,
pur con questa vita che spinge
dal ventre della terra
inspiegabili fioriture
non c’è parola che scavi il silenzio,
solo questo stiletto di luna
che un giorno cadrà sulle stelle
a spegnere il cielo.
Non è dato che questo andare,
e la luna, e il gelo che brucia le foglie.

*

I sassi affiorano da un’attesa
lentissima, paziente
con il buio raccolto.
Eppure pareva impossibile il cielo.
Tragitto inverso – il nostro
(vedremo, al buio?)

*

È il tempo degli uccelli di passo.
Stormi di tordi, frosoni e crocieri
in volo verso il sole.
Il bosco ha l’afrore delle foglie
intrise d’autunno
un tappeto di marcita
l’umidore di rossi e gialli
disciolti nella bruma.
Ti vedo, credo
di vederti in un’alba nuova
imbracciare il fucile, alzarlo
felice in un diverso cielo,
tu contro un pugno di piume in volo.
Tornavi fiero, nei giorni buoni,
con un mucchietto inerte
di becchi, zampine e ali.
Poi alla fame dei passeri
sul suolo gelato d’inverno
sbriciolavi il pane.
È il tempo degli uccelli di passo .
Secco, uno sparo frantuma l’aria.
Sbando come lo stormo in volo.

ilmondovedovoAprendo questo libro si intraprende un cammino, difficile e inesorabile, in cui si odono voci, si incontrano persone che vivono, che sopravvivono, che muoiono. Si avvertono gli odori del cibo, della fame, dello sporco che marcisce addosso, del pulito che portano le donne quando sono sane, e salve; l’odore di latte che avvolge i neonati. Così la marcia si carica di storie che non devono essere sotterrate, come i corpi senza vita e senza nome; storie che la poesia sa dire e donare tanto bene, soprattutto se nasce dalla penna vibrante e calibrata di Paola Turroni. Il mondo è vedovo– con un richiamo esplicito alle Variazioni belliche di Amelia Rosselli – è un titolo che non permette interpretazioni, allusioni, motivi… che turba da principio col suo tono cupo e violaceo, col suo senso di amputazione.

Sono gli uomini, i bambini, ma soprattutto le donne a percorrere le pagine: sono le madri, le figlie, le femmine sacrificate, abusate, abbandonate a loro stesse, ad un destino impietoso e senza rabbia. Sussurrano senza vergogna le loro storie, tenute dentro come un bene prezioso, come semi per fecondare la terra, verso cui portano un estremo riguardo (“Queste donne che difendono la terra quando non possono più/ difendere gli uomini”).

Si cammina, si lascia, si torna, si cade, si chiede, si prega… e ancora si cammina; con le persone si sta dalla parte della terra e dell’acqua, elementi che generano, ma che pure distruggono. Qui ogni cosa è movimento, un atto nella guerra: ogni verso racconta i gesti minimi densi di dolore, accesi da una luce fioca, che si compiono tra un valico e il successivo. A marcare le sequenze del libro ci sono i cori, schiere di voci piegate e unite in una lunga violenta preghiera, contro: la fame, la sete, l’oblio, la guerra (“Io prego rinnego – divoro acqua scura, i morti.// Scava scava, uomo/ non c’è pane, non c’è vino/ amen”). Poi le voci grandissime del Novecento, che stanno a illuminare le tante direzioni del cammino, del libro: Ungaretti, Anedda, Pasolini, Sereni, Rosselli, Szimborska, Brecht, Cvetaeva. E le date, puntuali, come a scalfire su fogli di pietra i momenti che per alcuni uomini hanno rappresentato la svolta, la vita nuova o la morte; per altri l’oblio, dei giorni uguali ai giorni, la crisi per la scelta delle vacanze rovinate a causa degli attentati. Per l’umanità momenti di Storia, che rischia di annegare tra le onde, pura cronaca dei tempi andati. Ma la poesia riconosce l’urgenza, di ciò che resta nelle tasche, “perché non basta mai la memoria”, mentre la bestia divora le gambe dei figli, vuole impedirne il cammino; così “la guerra è per sempre”.

Un segno atroce incide le pagine di questo libro, così pesante da maneggiare, da sostenere: un segno che s’impone come dovere -civile, sociale, umano prima di tutto-  della parola, della scrittura. Lo dobbiamo a coloro che camminano, accanto a loro dobbiamo camminare; sono i loro volti che dobbiamo guardare: “In questo nostro viaggio il peso/ è l’assenza di chi guarda”. Guardare e camminare, guardare e dire, ripetere, ricordare: “Guardaci camminare, freddo e caldo che sia, sulla terra/ avanti e indietro, con le mani sui fianchi, con le mani sul sesso/ con le mani in alto/ mai con le mani davanti agli occhi…”.

loro che camminano

Camminano, un cucchiaio d’oro questo grano

uno specchio di sole per allontanare il volo

impara il destino dei semi quanto denaro manca

a compierli tutti.

Le curve dei campi assomigliano a una donna

i contadini gettano i semi, i grani sono figli

sconosciuti che danno vita al mondo – a volte

c’è il terzo campo, per il pasto del bestiame.

Questa carne della terra è calda e lenta

il solco dell’aratro prepara l’attesa al parto.

*

loro che camminano

Camminano tra mura di pietre

tengono l’ombra sui piedi

mura che arrivano al petto e lasciano

pochi spiragli agli insetti – incastri

di sputi e sudore – dividono i campi

circondano, proteggono.

Si perdona alla terra gli errori

come un figlio che cresce.

Il muro di una casa abbandonata

un silenzio di reliquia – vuoto a perdere

che spegne la cenere.

La casa è un buco

è una gola che tace

quel luogo dove qualcuno

ha provato la pace.

Gradini levigati dai passi

ginocchia di uomini che sono passati

che non sono tornati

un fiato si apre dagli alberi

tra il cielo e la terra.

La terra ritorna eterna.

*

Nevica su questa strada di cenere

e fango, nevica sulle baracche

e sull’albero bruciato.

Dentro siamo intorno al fuoco, a guardare la brace

a fare presenza, alcuni sobri, alcuni ubriachi.

Oggi non ho mangiato, siamo rimasti dentro ad aspettare

i soldati ci danno pane, qualche sigaretta

quando ci vedono passare con le braccia graffiate

e i figli nel carro.

E’ rosso sulla neve – il sangue rimane rosso sulla neve

cola dentro la radice della terra.

Non abbiamo voce nella guerra, solo un corpo messo alla prova

perché qualcuno lo sappia.

Perdonate la retorica del bene

semplice e assoluta come una pianta

ma ci sono parole che bisogna dire e ripetere

come bisogna sempre

dare acqua.

Esce nella primavera del 2011, grazie a Samuele Editore (Fanna, Pordenone) e alla cura di Maria Inversi, l’antologia intitolata Il Canto della Terra, che raccoglie le voci di otto poetesse italiane, alcune tra le più note e solide del panorama contemporaneo. I versi di Maria Grazia Calandrone, Carla De Bellis, Gabriela Fantato, Sonia Gentili, Maria Inversi, Gabriella Musetti, Rossella Renzi e Isabella Vincentini si alternano, si richiamano e si respingono, ma soprattutto prendono vita da una radice comune che è la celebre composizione musicale di Gustav Mahler, il Canto della Terra. Das Lied von der Erde, una sinfonia per mezzosoprano, tenore ed orchestra, ebbe la sua prima assoluta nel 1911, esattamente 100 anni fa: è dunque uno dei propositi di questa opera in poesia celebrare l’anniversario di un così glorioso avvenimento. Non solo, poiché qui la musica celebra la poesia e viceversa, in un dialogo continuo e potente tra le diverse forme artistiche, che non conosce tempo. In questa composizione Mahler mette in musica i testi riadattati di alcune poesie cinesi – che meditano sulla natura, sul ciclo del tempo, sulla vita e sulla morte- contenute nel volume Il flauto cinese e ordinate in sei canti da lui stesso rielaborati. Diventano queste le sei sezioni in cui si sviluppa l’antologia attuale, riprendendo la medesima suddivisone della sinfonia: Il brindisi del dolore della terra, Il solitario in autunno, Della giovinezza, Della bellezza, L’ubriaco in primavera, L’addio. Un canto complesso e unitario allo stesso tempo, in grado di sfiorare numerosi temi della poesia al femminile, accanto ai grandi turbamenti dell’animo umano, che non conoscono genere, che non conoscono tempo.

Ecco un breve passo tratto dalla prefazione di Wilhelm Pfestlinger e di seguito alcuni testi dell’Antologia:

Il Canto della terra, come ogni creazione artistica importante, conferma la definizione che lo stesso Mahler diede delle sue opere sinfoniche: “Scrivere una sinfonia vuol dire costruire un mondo.” Questo libro mi sembra il tentativo di otto valenti poete italiane di aprirsi nel loro cantare al cantare della terra. Realizzano l’intenzione al dialogo con un lavoro avvincente che si misura anche con il passato. Cercano il linguaggio, il suono definitivo, vero, eterno, utilizzando la musica di un compositore austriaco dell’inizio del novecento. Scrivono se stesse incontrando, parlando, sentendo, vedendo, litigando, familiarizzando con questo compositore. Il compositore austriaco necessariamente diventa il “Gustav Mahler di otto poete italiane”, così come Li-Po e Wang- Wei si sono trasformati attraverso pessime traduzioni romanticizzanti nel Li-Po e Wang- Wei di Gustav Mahler e poi ancora negli autori cinesi dei testi modificati dell’opera Mahleriana Il Canto della Terra.

DAS TRINKLIED VOM JAMMER DER ERDE

IL BRINDISI DEL DOLORE DELLA TERRA

 

 

 

Ma tu, uomo, ancora vivrai?

Neppure cent’anni ti puoi trastullare

con tutte le putride vanità di questa terra!

Guardate laggiù sulle tombe illuminate dalla luna

Una forma spettrale si rannicchia.

…Ed ora pronti a bere! È il momento amici!

SE VERAMENTE I PRESAGI

ovvero INTRODUZIONE DELLA SCIMMIA

Nell’alba tutto si prepara

completamente privo

e calmo. Un così leggero legame

con gli oggetti. Così leggero.

È stata molto felice. Poi come una cosa

ha fatto il vuoto

e una completa solitudine, ha lasciato

che soltanto la luce.

Increscioso e bellissimo è il mondo

con l’argine a quest’ora.

I corpi hanno pensieri

simili a uno schiarire

di allodole tra i cavi del grano in erba. Dice

“resurrezione”

e “fioritura”. Nessun canto

proviene dagli alberi. La voce

fiorisce da terra.

Nel fluoro

del sole sul profilo del monte

le strisce larghe delle carreggiate

qualche lampione ancora

sulla terra tirata

dagli aratri e pronta

a una rilevanza di ferri

bacati dalla ruggine,

a una dominazione di paranchi sugli scavi fluviali.

Ho goduto di una libertà consenziente

come un grande pensiero.

Sono stata felice sulla terra, tutta

corolle e argani.

Infine, farne scempio.

Finita l’abbondanza.

Così poche parole.

(MARIA GRAZIA CALANDRONE)

DER EINSAME IM HERBST

IL SOLITARIO IN AUTUNNO

Vengo da te mio caro rifugio!

Sì, dammi pace, ho bisogno di sollievo!

Io piango molto nella mia solitudine.

 

NEBBIA

Che l’acqua – più profonda – si oscurasse

e fermasse il tremore del suo flusso,

specchio brunito senza moto e luce,

il cammino cercava a suo riposo…

Quando la foglia tremula del pioppo

dallo sguardo dorato

e l’acuta favilla di una cuspide

il volo improvviso degli uccelli

un grande drappo nero sollevando

ha divelto dal ramo maculato

e dalla fonda foresta di cristallo,

mentre quell’uno

sulla punta dell’albero più spoglio

immobile sorveglia che la nebbia

scavi arando il verde della terra

e che l’alito torbido del fiume

spezzi uno ad uno gli aghi del chiarore.

La mano che temendo si tende

un velo d’aria soltanto

dalla foglia separa,

e gli occhi che attorno si volgono

la nebbia adorna di bacche

dalla dolce ferita divide.

(CARLA DE BELLIS)

 

 

*

 

L’ARABA FENICE

fui un uccello che non ha mai imparato a volare

ma viaggerò, solo per te

viaggerò, dall’Arabia all’Egitto

dall’Egitto alla Siria, con il tuo corpo

abbronzato sulle spalle, o padre.

Ti porterò fino al tempio del sole, o padre

a Eliopoli ti porterò, e solo lì

getterò nel fuoco tra le mie vesti

il dolore. Arderanno i fuochi.

Veglierò per l’opera interrotta

con libagioni dal mattino alla sera,

dèi dei defunti, dèi delle carestie

déi della peste, dèi delle cose e della vita

una nuova vita chiedo,

inconsolata, una nuova vita chiedo,

inconcepibile e smisurata.

(22 settembre 2010)

 

(ISABELLA VINCENTINI)

VON DER JUGEND

DELLA GIOVINEZZA

 

Nella piccola casa amici siedono,

ben vestiti: devono, chiacchierano,

alcuni scrivono versi.

 

 

 

IO TI SPOSO OGNI VOLTA CHE TI VEDO

Stavi al buio, eri tana della volpe

saliva e odore buono

vedevi nell’ombra dell’occhio dove

ci saremmo uniti

in una pace solitaria e nostra

di giovani prede assetate

che ridono e si rincorrono

sapendo della morte

segreta dimenticanza del mondo.

Le nostre bocche sanno un canto nuovo

riflesso di luce fiera.

Non useremo la lingua dei ladri

teniamoci alla pietra

alla solidità del tempio.

Non sono impure le nostre labbra,

vino rosso verseremo alla festa.

Così si chiuderà la notte

sulla primavera del nostro nido.

(ROSSELLA RENZI)

 

 

 

VON DER SCHÖNHEIT

DELLA BELLEZZA

 

Nello scintillio dei suoi grandi occhi,

nell’oscurità del suo sguardo di fuoco

vibra ancora, come un lamento, l’agitazione

del suo cuore

 

 

 

PAPAVERI BIANCHI

Ascolta,

il silenzio è un esercito

ammassato nelle foglie

lungo un braccio

di fiume

senti, ripete non a te la

sua domanda, ma al cuore

d’un piccolo animale

che sente pulsare accanto alla sua mano

disobbedisce il silenzio delle foglie;

non farà nascere le rose, perché da un’altra altezza

si può amare: dimenticare

l’ordine e il conforto

e la dimenticanza vendica

l’attesa; dimenticare

secca rose antiche

bianchi papaveri vincono le rose

vince la guerra il più triste soldato

un fumatore d’oppio

innamorato

 

(SONIA GENTILI)

 

 

DER TRUNKENE IM FRÜHLING

L’UBRIACO IN PRIMAVERA

Che cosa ascolto svegliandomi? Attento!

Un uccello canta sull’albero.

Gli domando se è già primavera

È qui, forse è arrivata questa notte!

 

 

Vorrei l’incanto del tempo che sosta

innanzi al Quezal al verde e al rosso

suoi conviventi distinti.

Vorrei l’incanto della carezza lieve

delle sue piume che sorsero dal fiume

in tempi che non so.

Vorrei l’incanto del suo portamento

regale suadente nell’innegabile fremito

-danza d’amore vitale

che ogni -io- dovrebbe desiderare.

 

 

Quezal, qui uccello maschio, vive nelle foreste del Messico

su alberi a 30 mt di altezza

(MARIA INVERSI)

*

 

 

 

A PRIMAVERA

Ho pensato ai campi di primavera

alle case senza finestre

ai giardini rimasti incolti

quando il verde rapido irrompe

tra ogni sasso – così temerario

e l’aria sembra impazzire.

Ho ascoltato una voce che racconta

la madre gli occhi chiari

tremano appena sul divano bianco

ricorda la guerra passata – Lei era là –

dice in sorriso – un diario trovato

dopo la morte. Ho visto immagini

verdi cadenti – strisce filanti

sopra lo schermo – notte stellata

dentro una stanza e luci a scoppio

frammenti visivi come bagliori s’aprono

fiori giganti bordati di nero.

Ogni violenza remota o vicina sempre

affatica un respiro di terra un alito

tace si sperde in frantumi.

Ho voglia di piangere ma le mie lacrime

rompono bolle di fiato amaro come uccelli

che stridono in cielo. Chi potrà dimenticare

la voce fresca del vento la sera

dei sussurri amorosi il buio amico

dei bambini gli scherzi le risa

e quella fragranza odorosa

di vita che invade le strade

le case i cantucci nascosti?

(GABRIELLA MUSETTI)

 

 

DER ABSCHIED

L’ADDIO

 

Eternamente… eternamente…

 

 

 

L’ADDIO

C’è un unico modo di perdersi

e trovarsi, uno solo

dedizione al dolore, regalo e assenza.

Sappiamo le lacrime, la gioia

e una ferita nelle mani dove

si incrocia la linea del cuore nella forma

delle nuvole a marzo.

C’è un attimo intero – solo uno,

dove si prende la parola per farne

cose buone, dove è esatta

la staffetta in eredità.

Non c’è più tempo per le regole,

neppure le belle maniere…

e ci si dice – addio.

(GABRIELA FANTATO)


MUSICA

Ma oltre lo sguardo

tersa riluce

l’ombra di un tetto

come in uno specchio.

S’infiamma

opaco

dove non с’è respiro.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Nella notte abbagliante

dove uccelli

senza volo

nel vibrare dei vetri,

mentre l’aria sibila l’affanno

e il fumo gocciola dal cielo.

Quali passi morivano nel buio

quali passi sordi

a colmare per sempre quella notte

a strappare per sempre

un prima

e un dopo.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Nella pallida nebbia

che il sole già corrode

un fremito gioisce

nello stento vagare.

È pesante il cuore

come un soffio.

E com’è largo ogni sorriso

più largo, più largo ancora

del vuoto che sfiorisce.

Non è nostalgia

che artiglia.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Eppure

passeggiare ancora

a caso

dentro il bosco

scortecciare la parola

raccogliere gocce di terra

sigillate.

Senza pensare a sera.

Senza nulla da offrire

tranne la libertà

di raccontare.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Era profonda e calma la voce

come una notte tiepida d’estate.

Giungeva da fuori all’imbrunire

fiume spento nel giorno che declina.

É un regalo d’autunno

anche il silenzio

bocche fragili

conche bianche.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Rullarono parole

a rotta di collo

nel mattutino arrancare

sul sagrato nero,

nello sfiorire del tuono

nel dicembre obsoleto.

Non fare abiura, chè sanguina ancora.

É un silenzio che sporca

che storce

la bocca muta

paccottiglia,

passita rêverie

Eppure

se lo sguardo

s’accendesse un istante

un istante

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Se gli occhi immensi della giovinezza

esplodessero ora

mutilati

nella pietra

e notte e fango e piombo.

Non occorre granchè

per soffrire, o per gioire.

Basta un viso comune

e il passo svelto

di chi teme.

Basta lo sguardo incerto

di chi sente

una mano che stringe.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Profuma il dolore incalzante

di battenti scagliati contro il vuoto

il vibrare metallico del vetro,

il passo che rimbomba

e che divora.

É un dolore da poco

e niente lo raccoglie.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Dalla finestra sventrata

sale l’incanto

di una foschia leggera

ingiallita di sole

a carezzare i tetti scoloriti

e le grondaie ferrose

dove i colombi

gonfi di piume

attendono.

Solo uno zloty, Signore.

MUSICA

Non si deve sostare

non si deve guardare

e l’occhio storto

siede laggiù

assieme a un vagabondo

Una lucina sbianca

Nessuna nota sgorga.

Solo uno zloty, Signore

MUSICA

É passato tanto tempo.

Riconosco la strada,

e il marciapiede

e il lampione

e le facciate

che si velano

e l’ombra

e il sole

che ritorna

sempre.

Neanche a scortecciarlo

scorza di volto

scorza.

Ed il ricordo stanca.

La voce non canta,

l’aria non canta

le mani serrate,

lo sguardo

lo sguardo.

Nell’autunno ruvido.

le scarpe impiastricciate

cadevano al suolo

nude e cieche.

Solo uno zloty, Signore

MUSICA

Riconosco il dolore

che inzuppa le ossa

più dell’acquazzone.

Tanto silenzio da sfogliare.

Non ti potrai sottrarre

alla sorpresa

di ritrovare

la stazione vuota,

gli sportelli a sbattere

nel fischio di partenza,

il ghigno immortale

Solo uno zloty, Signore

MUSICA

A chi potrei narrare

tutti i prodigi

di chi non sa morire

nè tornare?

Sgranare gli anni

Sgranare, sgranare

quasi non fa rumore.

Riconosco quel treno

coi visi che macchiano

la ruggine

nell’ultima stazione

nella gola del mondo,

nella gola del mondo.

Solo uno zloty, Signore

MUSICA

Stelle bianche sul selciato

s’attaccano alle suole

che profumano cielo

ed i ricordi si sfrangiano

Noi sconosciuti

intrecciamo candele

Una polvere amara

a turbinare, cenere chiara

che si scioglie accanto,

o in sogno

o desiderio

o incanto.

Anch’io

fuori orario

scendo a tessere

addii

con altri addii

E la vita s’accende ancora.

MUSICA

C’è sentore di vita, persistente ma delicato, in questa selezione di testi che attraversano più di venti anni di scrittura di Ludovica Cantarutti (dal 1976 al 1997). Un percorso in salita, senza ritorno e senza vie di fuga, dove si alternano luce e buio in una lotta senza tregua; dove la parola porta dentro, sanguinante, il peso dell’esperienza, che non fa sconti a nessuno. Non si rinuncia, infatti, alla sofferenza, che serpeggia come ombra costante tra le righe, mentre ci si chiede “quale posto ebbe il dolore/ per accrescere il cervello”.

Qui, vita si accorda con fatica, quiete, solitudine: “C’è un epitaffio senza senso/ per il mio silenzio,/ un amore incompiuto,/ un esilio sicuro”. Quella voce, inconfondibile di donna, ha il dono di incarnarsi nel corpo, nelle membra, negli arti, per emergere dal buio, dal nascondiglio segreto, per mettersi in posizione di attesa: delle stagioni, dell’incanto, del giorno che conta. Così la Poesia, a tratti carica d’angoscia, a tratti pacificata, diviene seria ragione per proseguire l’attesa: diviene essa stessa un appiglio alla vita, un “piccolo amo vermiglio”. Intanto, un vecchio signore chiamato Silenzio scandisce le pagine del libro, infonde calma, impone al lettore una atteggiamento di ascolto e comprensione, anche del vuoto lasciato nel bianco della pagina. E verso una parola che domanda disperatamente amore e insieme dona amore, in un’epoca che si estende oltre il tempo e lo spazio, che cerca di catturare gli attimi essenziali per imparare a vivere: “perdo l’ultima occasione/ quella del vagabondo/ che m’insegna a vivere/ sotto un cielo d’atmosfere”.
Verso dopo verso, la scrittura avanza come una litania, che sprigiona lentamente, con garbo, la forza necessaria nella lotta quotidiana, in quel “cantiere laborioso” che mai concede tregua a coloro che vi operano, come guerrieri scalzi. E’ la realtà che logora, chiede, strappa pezzi del nostro essere, e del nostro corpo: “Arrancando/ mi consumerò le dita a sangue./ Ma so che i miei moncherini/ varranno amore”. E allora si svela senza sorprese, senza troppo rumore, “l’arcano disaccordo”: l’amore desiderato, accolto, rifiutato, perduto… egli pesa come un macigno, toglie il respiro. La sua presenza pervade il quotidiano tra “un silenzio di battiti sospesi” e gesti di ribellione. Ma tutto la parola riesce ad armonizzare: impastando e contenendo si fa seme, origine, metamorfosi. Si fa peso muto, che piega i versi, come una pietra messa al collo di chi, ancora una volta con ostinazione, vuole essere aquilone; non avendo smesso mai, neanche per un istante, di lottare per riavere la luce.

Rossella Renzi

L’INCANTO

Le verità di pietra e di sterco

non mi stancavano,

quando ero aquilone.

Filettanti code si moltiplicavano

in ali voraci di spazio;

prendevano atmosfera

come le illusioni al monte dei pegni:

un becco di cartapesta

sceglieva azzurri nuovissimi.

Non si può sparare

agli aquiloni.

*

GENTE

Ho visto falciare papaveri

e il divenire del tempo

senza pietà

scarnificare gli sguardi:

così le donne delle mie parti

sembrano più vecchie

e dentro le rughe svogliate

nidiate di sogni

sostituite da figli

che chiedono sopravvivenza.

Sono una di loro,

gettata per il mondo

ricolma di lessico ingombrante:

bagaglio e dote

che negli specchi convessi

di una stagione ristretta

m’illudono

che non avrò mai rughe.

*

Canto la luce della falena

e il buio contorno del suo cielo

che non stupisce più nessuno.

Canto il segmento di eternità

ridotto al lumicino.

Canto gli occhi di mia figlia

pur sapendo che non vedrà

e canto ancora più della cicala ingorda

gli amori che fanno specchio

all’innocenza

e giurano che mai nulla cambierà.

Così la macchina del tempo

sconfitta all’ultima barriera

più stupita del suo merito

resta fuori dalla porta, questa sera.

*

RICORDO

Ricordo

giocavo agli indiani e ti legavo

perché –dicevo- eri mia prigioniera

e non sapevo allora che nella gabbia

c’ero anch’io

Qualcuno mi avrebbe catturata

per mettermi le sbarre dentro il petto

e farmi sentire come pesa il cuore.

A mia nonna Oliva De Lenardis

1993

*

Noi lasciamo

al mago dei sogni

scegliere

il futuro dei giorni

e svelare

dal suo celeste cappello

colombe e rose

trasformarsi in parole

che pur se ancora

senza suono

travolgono il silenzio

oltre la sera.

(21 settembre 1995)


Bologna si confronta con la poesia… tutta al femminile

di Rossella Renzi, in “FarePoesia”, N. 3, ottobre 2010

Tra i portici della Vecchia Signora si riflettono gli sguardi, i pensieri e forse nascono i versi di alcune poetesse che tra quelle vie sono nate, cresciute o hanno deciso di stabilire lì una parte importante della loro vita. Bologna è da sempre una terra fertile per la pianta poetica, anche se non è facile capire se sia la città a concedere i propri spazi alla poesia, o se sia quest’arte a prenderseli con prepotenza. Ma anche con gentilezza e garbo, dal momento che Bologna custodisce alcune delle voci poetiche femminili più interessanti nel panorama contemporaneo. Molte di esse appartengono alla pletora degli scrittori affermati, per generazione ed esperienza; altre stanno percorrendo l’arduo cammino della scrittura, generando opere di spessore e organizzando con impegno e fatica attività ed eventi legati alla poesia. E proprio di queste ultime intendo parlare, selezionando un campione assai ristretto ma rappresentativo di ciò che la florida città propone, oggi, in poesia.

Non tutte queste autrici hanno origini bolognesi, mentre tutte hanno scelto questa città per motivi di studio o di lavoro. Qui hanno sviluppato l’attitudine poetica, con la capacità e l’intelligenza di muoversi trasversalmente, tra luoghi e persone capaci di accogliere la loro arte, di offrire ascolto e dialogo, anche quando le porte di Bologna non sempre erano facili da schiudere.

La scrittura è per lei una casa: Chiara De Luca

La prima poetessa di cui voglio parlare è legata ad una realtà emergente e innovativa, di respiro internazionale, che sta prendendo corpo in questi anni, donando un valore aggiunto alla città, in maniera generosa e brillante.

Chiara De Luca ha origini ferraresi, ha vissuto per motivi di studio in diverse città italiane e straniere e da alcuni anni vive stabilmente a Bologna, dove si occupa di traduzione letteraria. Nel 2008 ha dato vita alla Casa Editrice Kolibris: un progetto in continua crescita, che ha la particolarità di lavorare con autori italiani e stranieri, in una prospettiva internazionale e di scambio culturale. Kolibris incentra il proprio lavoro sull’importanza della traduzione, favorendo il dialogo, la crescita e la diffusione della poesia; ampliando gli orizzonti e le possibilità espressive di molti artisti.

Tutto nasce dall’energia (inesauribile) e dalla preparazione culturale e linguistica di Chiara, che possiede un solidissimo curriculum legato alla professione di traduttrice (traduce infatti da inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese); oltre ad essere lei stessa valida scrittrice in prosa e in versi. Col suo progetto, la De Luca ha saputo guardare lontano, offrendo stimoli, opportunità e incontri a voci vicine e distanti. Dichiara, in proposito, la direttrice:

«ho cercato di creare un progetto di ampio respiro, sia sulla poesia italiana che, soprattutto su quella straniera. Credo infatti nella necessità della massima apertura all’altro, al nuovo, a prescindere da ogni considerazione che non sia la qualità effettiva dell’opera dell’autore».

Kolibris è una creatura dotata di molta forza: proprio come l’uccellino da cui prende il nome, che ha una eccezionale capacità di volo, per velocità e leggerezza. Così Chiara – che tra le altre cose corre 12 Km al giorno- si è basata soprattutto sulla propria capacità e ostinazione, senza contare troppo su aiuti esterni (le Amministrazioni, si sa, non si prodigano molto per la poesia). In un paio d’anni sono usciti per Kolibris circa 35 volumi: opere italiane e straniere con traduzione a fronte, che hanno ottenuto importanti riscontri, da parte di un pubblico attento e dalla critica.

Fondamentale aiuto nella diffusione della poesia arriva poi dai due siti internet curati da Chiara stessa: il sito delle Edizioni Kolibris (http://kolibris.wordpress.com/, presente in ben 5 traduzioni), in cui si spiega il progetto, si presentano i libri e si segnalano moltissimi autori e link interessanti. E il sito personale dell’autrice (www.chiaradeluca.com), prezioso per i testi, le immagini, i contenuti, le colonne sonore e poetiche.  Afferma Chiara, a proposito di questo spazio:

«La scrittura è per me una casa, l’unica abitazione stabile che abbia mai avuto, in cui vorrei avere tanti visitatori, anche critici, purché simpatici, in tutti i sensi della parola. Questo sito rappresenta quella casa, e un po’ anche il mio desiderio di condivisione e di appartenenza (ideale). Ho costruito questa casa con amore, rubando molte ore alla notte, pensando che forse questo mio mondo, paradossalmente proprio nella veste virtuale, potesse diventare possibile, e abitato.»

Per completare il quadro assai complesso di una donna dalle infinite risorse, bisogna evidenziare che Chiara ha all’attivo due belle raccolte poetiche, come La corolla del ricordo (Kolibris 2009, 2010, pubblicata anche in versione bilingue)[1], e animali prima del diluvio, antologia poetica che abbraccia gli anni 2006-2009 (Kolibris, Bologna 2010). Oltre ai romanzi: La collezionista, ovvero la Sindrome di Babbo Natale (Fara 2005)[2] e La Mina (stra)vagante (Fara, 2006)[3].
Per entrare solo brevemente nella poetica di Chiara, si può dire che tra le sue pagine affiora qualcosa di meraviglioso e insieme misterioso, in grado di ricongiungere l’uomo-la donna con la natura: è un verso, il suo, che si avverte sulla pelle ed arriva a coinvolge tutti i sensi, fino ad annientare il presente e la ragione, per andare oltre. Ecco un passo dalla prefazione di Gianluca Chierici, alla sua ultima raccolta, animali prima del diluvio:

«L’oltre è visibile. Ci ricorda la mappa per tornare a vivere, per prendere le cicatrici e soffiarci dentro un nuovo spirito. Ma c’è qualcosa da bruciare tra queste rovine di uomini e donne, tra queste allucinate ricerche che fanno della salvezza l’unico credo».

Quando tolgono la musica dal mondo

a lungo a me rimane addosso

quel sottrarmi gli occhi per salvarti

il tuo sapore in lieve gestazione

il silenzio ignavo delle tue parole,

che ho portato a spalle per l’Italia

riletto come macchie nel passare

confuso delle case dentro il vetro

stringendomi la sera in fondo al treno,

gettato sulla spiaggia dove le onde

inghiottono la sabbia per svanire;

posto nelle mani dei miei demoni

che nel ventre abitano i versi,

reso in un sorriso agli uomini

che sempre sconfiggono i bambini

violentarsi l’anima in fondo è solo un gioco

a nascondino un due tre tana ed abbandono

in corsa a precipizio ogni riparo

(da La corolla del ricordo)

*

Vedi com’è chiara questa luce di settembre,

limpida e tagliata senza tregua in trasversale

da lame d’aria così fredda che ti chiedi

come facciano a convivere col sole al suo placarsi.

Vedi com’è bella Bologna specie a piedi

nelle strade che improvvise rinascono nel centro

quando arrossa e commuove tutto nella sera.

Sembra quasi possibile ogni cosa al suo finire

(da animali prima del diluvio)

*

Adesso non so più se sono io

che vengo al mondo o il mondo

che traccia ritrovato il proprio nome,

se a leggerlo vuol dire nominare,

tra le labbra imito le forme

con gli occhi avvicino i confini dei colori

lo sguardo si spiana in un ventaglio di stagioni,

se ci abbia infine perdonati il tempo

o soltanto graziati in assenza nel passare

(da animali prima del diluvio)

***
Una donna che osserva, scrive e prega: Francesca Serragnoli

La incontrai alcuni anni fa, una sera a Castel S.Pietro, ad un festival di poesia che si tiene in giugno in quella cittadina: la sua lettura mi fece tremare. C’era un contrasto tra la presenza timida e confusa di quella ragazza che si rigirava continuamente i fogli tra le mani, cercando la poesia giusta da leggere, e la sua parola che entrava in corpo come una lama, lucente e ben affilata.

Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972, qui si è laureata in Lettere Moderne e qui vive attualmente, dopo aver trascorso parte della sua vita in provincia, a Casalfiumanese. A Bologna collabora col Centro di Poesia Contemporanea, di cui fa parte del direttivo.

La città in cui vive è presente nella sua poesia come uno sfondo dipinto, con i portici, le torri, le piazze che fanno compagnia a coloro che spesso vivono di silenzio e solitudine, che a volte hanno accanto solo i fiori. “La solitudine è il male del regno,/ è la granata posata sul fianco/ tra braccio e braccio c’è un serpente.” Francesca focalizza il proprio sguardo sulla necessità dei gesti quotidiani, sugli uomini e sulle donne evocati con una lingua che si piega a tutte le necessità, fino anche a diventare dialetto, così crudo e incisivo quando serve.

Quei volti che “guardano in terra/ che cercano avanti e indietro forse/ dondolandosi, ubriachi, l’amore”, vengono chiamati per nome: e proprio i nomi costellano i versi come puntini luminosi, pietre preziose, forse rubini: zia Mira, zio Dante, Luca, Giuseppina, Ugo, Rina… uomini e donne “dal nome facile” custodi di storie umili ma tanto cariche di dignità da farsi poesia. Sono loro i protagonisti de Il rubino del martedì, il secondo libro di Francesca, uscito per Raffaelli Editore nel gennaio 2010; il suo primo, già notevole, intitolato Il fianco dove appoggiare un figlio, era uscito nel 2003 per I Poeti di ClanDestino.

I vecchi, i matti, i bambini popolano la sua poesia con una grazia inconsueta e toccante, trasformando molte pagine in una sorpresa di gioia o di dolore, senza fare sconti (“i vecchi erano la mia passione/ la furia che addolcisce il mondo”). La scrittura è alla costante ricerca di un equilibrio tra l’alto e il basso, tra il firmamento e la terra. E lo fa attraverso un fitto dialogo con quelle persone e insieme con Dio, con i vivi e con i morti, in una continua tensione verso l’alto che si trasfigura in una preghiera spontanea. Al punto che, si ha l’impressione che qui preghiera e poesia possano coincidere: entrambe guidate da quel filo rosso che unisce cielo e terra, che resiste e vibra fra rabbia e tenerezza: “A loro forse manca Dio/ come un dito della mano/ tagliato in fabbrica”.

Ogni testo di questa singolare autrice lascia sempre un segno, il senso di qualcosa: “un pungere prezioso e silenzioso” frutto di un’eleganza disinvolta che solo certe anime sanno custodire e sanno dire.

Cerco qualcuno
con la faccia tiepida
la cui miseria umana stia ferma
su questo tavolo di legno
come la mia.

Vorrei le mani di mia nonna
con un velo di pelle a novant’anni
tirava l’acqua
da un pozzo profondo

ricordo i suoi occhi giganti
sollevarsi dietro le lenti.

Quello era un davanzale
da cui ora mi sporgo
come un filo di bava nell’aria
che attende che una mano lo centri.

(da Il fianco dove appoggiare un figlio)

*

C’è tanta gente triste per la strada

e nessuno li ferma

li mette a soqquadro per capire il male

come facevano una volta

quelli che vedevano per terra

un bussolotto e lo raccoglievano

perché poteva non essere rotto

e nella cantina ci si poteva infilare

che so i chiodi o una radice.

C’è tanta gente triste

che corre sotto i portici

e nessuno li ferma

li schiaffeggia o li accarezza.

Laverei i vetri a chiunque

voglia vedere il tuo volto

le linee di chi non è vero

che è stato solo disegnato sull’acqua.

(da Il rubino del martedì)

*

A volte penso a quella volta dell’ovaia
a quel momento che me l’han portata via
e quando ti guardo ho la stessa paura
stringo la pancia, ti accarezzo tanto
faccio una lacrima senza farmi vedere
sono contenta che ci sei
con quei capelli sottili sottili
e quei patacchi nella maglietta
e quel carattere chiaro.
Tu sei un uomo buono
come una violetta impettita
al lato della strada
io ti avevo già visto una volta da bambina
quando mio padre fermò l’auto
e andammo a raccogliere le primule
se chiudo gli occhi di notte
e ti vengo vicino
sento lo stesso profumo.

(da Il rubino del martedì)

***

La città è la misura di uno sguardo: Valentina Pinza

Valentina Pinza è nata a Ravenna nel 1982, ha vissuto fino al 2001 a Cervia e poi si è trasferita a Bologna, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e dove collabora con l’associazione culturale “dry_art”. Ha partecipato a varie letture e manifestazioni letterarie nell’area bolognese. Alcune sue poesie sono state pubblicate sulla rivista “Le Voci della Luna”, anch’essa della provincia bolognese (precisamente di Sasso Marconi).

Per questa giovane autrice, Bologna è il posto giusto per osservare i luoghi, le persone, i fatti, prendendo da questi la giusta distanza: gesto necessario perché arrivi la poesia. Dunque la città è una specola indispensabile, oltre ad essere il luogo in cui attualmente Valentina vive e lavora, tra ceramica e scrittura. Dichiara, in proposito, lei stessa:

«Bologna è la distanza che serve, a me che sono quasi familiare alla città ma non completamente.

Da qui le parole prendono misura e consistenza, si allargano nella pianura e restano protette alle spalle, è il posto in cui resto per guardare meglio da dove vengo, non troppo lontana, né troppo vicina. Che noi romagnoli ci teniamo a mantenere un passo laterale, spostato, ma di fianco».

Lo sguardo è un elemento fondamentale nella poesia di Valentina («guardo in alto a sinistra, le nuvole sulla pietra piatta/ il morto che non ha mai parlato di noi»): una scrittura in crescita, la sua, che appare già sicura e determinata, aperta alle situazioni e ai gesti, studiati in modo dettagliato. Come ci fosse uno occhio attento a registrare i momenti e le situazioni della vita che vanno custoditi, questa volta tra i versi («…c’è poca cura nel tuo gesto sempre uguale/ di scaldare il pentolino e sedere/ in bilico, uno spreco/ di tempo/ l’attardarsi a mangiare»). Quello di proteggere e conservare  -anche in poesia- è un atteggiamento caratteristico dell’arte femminile: forse dovuto al fatto che le donne sono madri dentro, oltre il tempo e oltre lo spazio. Ciò che qui si custodisce, per poi restituirle al mondo, sono le voci: dei malati, dei disperati, dei pazzi; ma anche gli occhi di chi sta male o non c’è più. Quei suoni, quelle visioni si concretizzano tra i versi, per ritornare vividi sulla pagina.

Sullo smantellamento degli ospedali psichiatrici

 Osservanza e Luigi Lolli di Imola

Voci

E se ti avessero legata al letto mentre piangevi

che non c’era nessuno a salvarti

l’avessero saputo, loro

io non sarei bastata

non avrei trovato le parole

le tue, solo voci

quelle sì -tante- dietro la porta sottile

e tutta una letteratura da studiare

senza saper né leggere né scrivere

col prurito in gola, la paura e la fame.

*

Lingue

Non è dimenticabile il mare da cui si viene

nemmeno quando è verde, pieno d’olio

e le raffinerie ci scaricano chissà cos’altro;

come il dialetto che continuo a capire ma non so

parlare, e ricalco piano con le labbra

sulle tue parole che sguillano via.

Mettiamoci di fianco, io e te

insegnami a parlare gli accenti

io proverò a spiegarti come scriverli.

*

La ritirata

Le persone non attecchiscono, sfaldano pian piano

senza panorami, vedute d’insieme.

La morte non fa per noi

ché dalla sabbia non nasce nulla, affioriamo

da una manciata spostata prima che un piede

ci affondi, prima di piombare a picco dentro la terra

bagnata

ci sono persone che cercano tesori, monete, ori

ma io ho visto carcasse portate dalla corrente

d’inverno giù dal Po, alberi a metà e copertoni

e quello che raccogliamo volentieri sono le poverazze

nelle giornate di ritirata, un paio di chili di quelle piccole

per non andarcene a mani vuote.

***

Bagliori d’infanzia e sangue di donna nelle vene: Serena Di Biase

L’ultima poetessa che presento in questa breve rassegna è la giovanissima Serena Di Biase: classe 1986. Vorrei sottolineare l’età di questa autrice, perché non è da tutti impegnarsi nella scrittura e riuscire a concepire un buon libro di poesia a soli 24 anni. Oggi.

Serena ha origini napoletane, ma è nata a Bologna, dove attualmente studia presso la Facoltà di Lettere moderne. Ha partecipato a varie iniziative letterarie e teatrali nel capoluogo e dintorni; nell’aprile del 2010 ha pubblicato, con la Casa Editrice Manni, il suo primo libro di poesie, intitolato Nelle Vene, che contiene testi elaborati dal 2005 al 2009.

Nell’opera di Serena si avverte una frattura nell’intimo, un solco in cui la scrittura passa e ripassa. Lei sceglie le posizioni scomode: le derive, i crateri obliqui, dove la lingua raschia, scava, a tratti si inceppa e poi s’impasta tra «note, foglie, versi». In ogni poesia c’è come un rimando a qualcosa, un racconto che torna sui suoi passi e svolta, sempre alla ricerca di una via, di una strada, una radice: «racconto per sbiadite scene il mio amore caduto e trascinato/ rosa incline al bassovento».

Nel movimento continuo e sfuggente  la parola si divincola tra ombre e pietre, tra elementi concreti e diafani, mentre si ribadisce quella strada cieca, «una corsa troppo sgonfia per decollare». Di cosa è in cerca quest’anima? C’è una sezione del libro che si intitola Radici e forse qui è contenuta una risposta… O forse no, perché quel cercare per certi versi è uno stato dell’esistenza, nient’altro che un modo di stare al mondo: «cambieremo casa si va altrove mi ritrovo nei vostri/ gesti di ribellione tra le radici e i rami alzati dei nomadi».Così dichiara l’autrice:

«Mi disse una chiromante che nella mia precedente vita ero una gitana, una nomade in perpetuo movimento, ma che sia una sciocchezza o meno l’indole che mi guida le somiglia».

E ancora, in un pensiero sul suo rapporto con i luoghi, la città in cui vive e l’intreccio con le origini:

«Bologna è dove sono nata ma non è il terreno delle mie radici che affondano molto più a sud, tra Napoli e Matera, nutrite dal  folklore, dal sole essiccante, e da lunghissime primavere di mercati popolari; da tarallucci al pepe e latte di mandorle dolci. Sono cresciuta con questa nostalgia, come sentirmi parte di un altrove che sta lì ad aspettarmi, che sono qui a raccontarmi. E Bologna è il mio tronco sottile e ancora tenero perché nonostante ci sia nata la conosco appena quanto me stessa.

La linea 93 mi portava dalla periferia al centro ai tempi delle scuole, poi ho deciso di venirci a vivere in città per sentirne meglio l’odore e la voce, per calpestarla nei suoi vicoli intrecciati formicolanti di osterie, per poterci lavorare sodo e scriverne. Girarla tutta in sella ad una bicicletta malandata, svoltare sull’asfalto bollente nelle stagioni calde, dai portici alle viuzze universitarie, da un angolo di vita all’altro».

Anche tra le pagine del libro arriva Bologna: le vie, le piazze, la facoltà… Lei nella poesia non può mancare, s’impone come una presenza fisica, umana, come una donna che si può incontrare, che confonde e silenziosa sbarra il passo, obbligando a fissare e ad ascoltare ciò che in Lei accade:

il giorno è un déjà vu un’insonnia di passo al rumore un teatro malfermo

senz’altro avrai voltato a me un pensiero e avviato il motore

la facoltà è un gradino scandito sull’atrio un terreno svanito

in aule di tiepida assenza un professore ci parla un bisbiglio

con un graffio di china levo via i giorni che l’inverno c’è ora

nel mio incarnato e la città gialleggia che nemmeno è sera

la piazza è una cesta che si svuota di passaggi

accoglie e delibera quel che del sole resta

*

nel sogno una sanguisuga mi dormiva alle tempie

ai bordi pustolosi delle guance e crepavo ieri al sole

di paura quella che sale prima appena di un saluto

asciugo il naso sulla maglia viola

nella voce ascolto nei buchi di un singhiozzo frenato

nella terra vomito solo ricordi

Bologna fa il suo cielo rosso per tutta la notte

luci elettriche delle vetrine cinema bar panetterie

ci falsifichiamo sui più piccoli sbagli dimenticati ci arrendiamo

gennaio mi porta a riva sul treno Bologna-Pescara dove segno il tempo

la legna nel camino il vino rosso in valigia le tue labbra scure

raggomitolati al sofà i tre gattoni di tua madre ad aspettarmi

“lei era nei disegni che facevi da bambina…l’ho vista in quei disegni…la ricordo”

Il resto nella poesia scorre come linfa e sangue nelle vene, dove tutto si mette in circolo, e dove tutto ha bisogno di ossigeno per respirare, per procedere e rinnovarsi. C’è una dolcezza, una freschezza amabile nella poesia di questa giovane dalla penna audace, quando avverte «che buio è solo un altro modo per chiamare luce» e confessa «…mi servo del pianto sono infantile/ la voce mi esce vorace e limpida dall’interstizio del giorno».

Infine, sfogliando le pagine verso la conclusione del libro, sorprende una carica di sensualità e amarezza, una consapevolezza del corpo vissuta in sogno e in parola, che spiazza, mostrando le molteplici anime di cui una scrittura è portavoce:

ti ho sognato eri dentro di me e di nuovo uscivi

e ti rincantucciavi disegnavi i miei seni

con la punta della lingua e li inghiottivi

più a fondo nel mio fondo nido

adori le cicatrici sulla mia schiena bianca

tutte le mie lacerazioni ungi

tutte le mie vite

in questa divaricata


[1] Con traduzione a fronte in inglese di Eileen Sullivan (The Corolla of Memory, Kolibris, Bologna 2009);

[2] Da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale Guida precaria.

[3] Da cui è stato tratto l’adattamento teatrale Duetti, che ha vinto il “Premio San Vitale” per la sezione teatro (Bologna, 2007), è stato pubblicato nell’antologia Fare, disfare, rifare (Perdisa Editore, Bologna 2007) e messo in scena al Teatro San Martino (Bologna 2007).

Carla De Angelis, A dieci minuti da Urano

Si esce da questo libro a piedi nudi, cercando di fare il massimo silenzio, come se si uscisse da un luogo di favola e mistero, popolato da personaggi del presepe, gatti, profumo di fiori e caldarroste. È questa la sensazione che si avverte una volta letta l’ultima pagina, quando si resta in quello stato di sospensione tra il sogno e la realtà, tra la notte e il giorno; e “tra le mani nuvole e sole/ pianto e sorriso”. Nel cassetto, nella memoria, sotto la pelle, si nasconde un dolore che è segreto, una cosa che non si può dire. E infatti, questa parola non dice, eppure con audacia scrive del dolore, lo sussurra mentre colpisce e incanta, con doni e luminose risalite. Nella pagina si muove con estrema delicatezza, e rispetto. Soprattutto con rispetto, che è la cifra della scrittura di Carla De Angelis, della sua parola che si posa lieve sulla pagina, si risveglia all’alba e procede timida, come una prima nevicata sulle cose. E così, ha il grande potere di illuminarle, le cose, di riordinarle proprio come questo libro chiede più volte di fare alla poesia. Si domanda silenzio, compostezza, ordine; è questo che fa la differenza: “La differenza è quando/ il sole va dall’altra parte della terra// e lascia alla notte riordinare/ il caos del giorno.”
La scrittura porta con sé un alito di purezza che sta dentro e che stride con l’esterno, l’osceno, l’abbondanza, riesumando quella colpa troppo scomoda da ammettere per molti, e che porta a chiederci: “Siamo ancora buoni?” A consolarci restano le semplici cose che fanno brillare il giorno, come i fiori, le albe, le nuvole e le nuvole, la natura e i suoi doni meravigliosi: “ti porto negli occhi il nido/ il canto quieto dell’acqua// risalgo il giorno/ solo per te.”
Il libro procede per frammenti, distici e testi brevi: è la ricostruzione del sogno che la poesia tenta di operare, ricongiungendo leggende, anfratti del passato, miti e favole d’infanzia. Il buio si alterna alla luce, mentre costante è il male che si scioglie nel tempo, e che appartiene in modo ineluttabile all’essere donna: “Rincorro la bimba, afferro l’adolescente/ resto mistero-sono una donna.”
Perché la donna ha il difficile compito di custodirlo, il dolore: a questo non può sottrarsi per natura, ma nonostante ciò, con grande coraggio Lei sa ancora affermare: “Dì al tuo dio che la vita ci piace/ anche se forse gioca/ con noi, limitati”.
In un ritmo che avanza come un’onda, con dolcezza, con irruenza la ricerca di una pace non si placa. È la ragione stessa della poesia in grado di accogliere nel suo caldo grembo la musica del mondo e l’inquietudine dei sensi, che mischiati insieme portano in un luogo che pare magico… a dieci minuti da Urano.

 Rossella Renzi

 

Quando la terra e il cielo

concepiranno altri figli,

tornerò a visitare il mondo

come un missionario  un presidente,

un attore un grande musicista

un insigne professore

Pulirò le strade taglierò l’erba

scriverò del contadino

del  muratore e della casalinga

Con  l’argilla plasmerò

la coppa del segreto

rubato  al tempo

*

Madre

questa notte lascio aperto un sogno

Entra

puoi vegliare

o dormire accanto

le mani inermi

o accarezzarmi

Non ti  inquietare

Lascio aperta anche la porta

quando vuoi puoi andare

*

È stato il vento a girare le tessere

in congiura  con il tempo

Senza sostegno l’arco

sostiene il baleno

a un passo dell’abisso

una lacrima si ferma sul ciglio

L’attesa si adagia nell’intreccio

dei pensieri e si acquieta

*

C’era una montagna forte

come la parola perdonata dal dolore

L’acqua scorreva, lavava i giorni,

Sole e vento posavano terra e foglie

la neve sbiancava le notti

tratteneva i segreti sotto la pelle

Urlò la brace

nel trastullarsi col prisma dei ricordi

Esplose la montagna

con tutta la furia del tempo che passa

*

Saman,

dettami l’arte antica

chiama i morti franchi di parola

a narrare l’inquietudine dei sensi

Disegna

il passo che si lascia dietro il tempo

l’attesa che si colma di vuoto

in attesa di un volto

il desiderio in attesa

del volto che colma il vuoto.

*

Alcuni giorni sono un regalo

dei sogni predati alla notte

sete bevuta senza timori

Un ragno  offre il  filo

per il salto nel sole

*

Restano incisi   quei baci

che strappano  la vita

Gli occhi si spalancano

per il terrore della rapina,

ignari  si serrano ancora

nella follia condivisa

impedendo la fuga…

ecco un segnale

l’amore  non perdona

chi ignora il mondo